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UN’INFANZIA SULL’ALTOPIANO

Sono nato ad Asiago nel 1921, in una casa appena ricostruita sulle macerie della Grande Guerra, da una famiglia che da secoli esercitava i commerci tra montagna e pianura, ma che anche aveva dato medici e ingegneri forestali”: così Mario Rigoni Stern racconta nella sua breve autobiografia, scritta in occasione dell’assegnazione del Premio Chiara alla carriera, nel 2003.

Era la notte del primo novembre, e Mario Ilario era il terzo degli otto figli di Giobattista e Anna Vescovi, il più irrequieto e intraprendente: a tre anni la madre lo scoprì mentre stava percuotendo con un martello una bomba inesplosa trovata nell’orto, rischiando di saltare in aria.

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LA FORMAZIONE

“La crisi degli anni Trenta portò alla decadenza economica la nostra numerosa famiglia – scrive ancora Mario, ricordando la generosità dei familiari nel concedere crediti ai clienti poveri – Ma a noi ragazzi che importava? Amavo più giocare che studiare; sciare, vagabondare per i boschi, esplorare luoghi lontani”.

Si manifestano presto i grandi amori della sua vita, la montagna e la lettura: accanto a Salgari e Verne, i classici come Dante, Manzoni, Nievo a scuola, e più tardi e per proprio conto Conrad (in occasione di una breve fuga in montagna per una lite in famiglia si porta nello zaino “Tifone”), Stevenson, Tolstoj, e i libri sulla Grande Guerra di Frescura, Lussu, Monelli. “La letteratura è una foresta – avrebbe detto più tardi ricordando i Maestri – Ci sono alberi grandi e bellissimi che superano gli altri: si chiamano Omero, Tucidide, Virgilio, Dante Boccaccio, Cervantes, Shakespeare, Leopardi. Dove la foresta alpina si dirada e la montagna diventa nuda, lassù cresce l’albero più piccolo della terra: il salice nano. Nella foresta della letteratura io sono un salice nano”.

A 15 anni Rigoni Stern conclude la Scuola Secondaria di Avviamento, e a 17 si arruola volontario nella Scuola Militare di Alpinismo di Aosta, dove ottiene la qualifica di “specializzato sciatore-rocciatore”.

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LA GUERRA

Promosso caporalmaggiore, nel febbraio del 1940 viene assegnato al 6. reggimento Alpini quale istruttore di alpinismo e di sci. “Nello zaino – annota nella sua autobiografia – tenevo due libriccini: la Commedia di Dante e Il fiore perduto della lirica italiana dal Trecento all’Ottocento (perduti poi, causa belli, tra le steppe verso Stalingrado nell’estate del 1942)”.

Allo scoppio della guerra partecipa in qualità di porta-ordini alle operazioni contro la Francia sulle Alpi e alla campagna contro la Grecia sulle montagne albanesi, quindi nell’inverno del 1941-42 e (dopo un breve rientro) nell’estate successiva viene inviato sul fronte russo prima col battaglione sciatore Cervino e poi col battaglione Vestone della divisione Tridentina.

Partecipai alla battaglia difensiva di quell’estate nell’ansa del Don – scrive – alle battaglie invernali sul medio Don e alla grande ritirata del Corpo d’Armata Alpina”, eventi che avrebbero segnato per sempre la sua vita e determinato il suo destino di scrittore.

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LA PRIGIONIA

Il lager 1/b di Hoenstein, in Masuria, la prima tappa della sua prigionia.

Tornato in Italia, dopo l’8 settembre viene catturato dai tedeschi, rifiuta di aderire alla Repubblica di Salò e finisce prigioniero nei lager fino al termine della guerra: prima Hohenstein in Prussia Orientale (ora Olsztynek, Polonia) ai confini con la Lituania, quindi Lamsdorf (ora Łambinowice) nella Slesia polacca, poi il Passo del Präbichl, in Stiria, e infine a Graz, da dove fugge nell’aprile del ’45. Durante la detenzione comincia la stesura de “Il sergente nella neve”, su fogli di risulta che arrotola e lega con uno spago.

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IL RITORNO

Al suo rientro in paese si occupa della Biblioteca dei combattenti, e alla fine del ’45 viene assunto come “diurnista di terza categoria” al Catasto. È il periodo in cui approfondisce le sue letture di autori stranieri sconosciuti durante il fascismo, da Hemingway, a Kafka, a Lorca, a Eliot, dalla letteratura francese e russa alla storia naturale.

Il 22 maggio del 1946 sposa la compagna di scuola Anna Maria Rigoni Haus, e nel marzo del 1947 nasce il primo figlio, Alberico.

Nell’inverno dello stesso anno tiene compagnia all’amico scultore Giovanni Paganin, costretto a letto, leggendogli i suoi ricordi della ritirata di Russia: l’amico lo convince a ricopiarli per farli avere a Elio Vittorini, consulente di Einaudi.

Nel frattempo il capufficio, ex milite fascista, lo fa trasferire ad Arzignano, da dove riesce a rientrare in paese solo dopo tre anni di sacrifici. Intanto nel 1950 è nato il secondo figlio, Giovanni Battista.

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IL “SERGENTE” E I PRIMI LIBRI

A marzo del 1953 esce finalmente “Il sergente nella neve”, accolto con grande favore da lettori e critici e premiato nell’agosto dello stesso anno col Viareggio. Alla cerimonia Rigoni Stern conosce tra gli altri Giuseppe Ungaretti, Diego Valeri, Carlo Emilio Gadda, Paolo Monelli, Arnoldo Mondadori e Adriano Olivetti.

Negli anni successivi continua a lavorare al Catasto, ma inizia anche a collaborare con alcune riviste, e diventa consigliere comunale. Nel 1955 nasce il terzo figlio, Ignazio.

Italo Calvino decide di riunire i suoi racconti in un libro, “Il bosco degli urogalli”, che esce nel 1962 e gli frutta l’apprezzamento e l’amicizia di Primo Levi. Quello stesso anno comincia a costruire la sua nuova casa, in un appezzamento contiguo a quello del regista Ermanno Olmi, in Valgiardini, in un poggio chiamato Kunstweldele (artistico boschetto) dove era solito fermarsi assieme al suocero al rientro in paese nei giorni di caccia.

In quegli anni collabora con “Il Giorno”, con altre testate e con la Rai, e continua il suo lavoro di impiegato, finché nel 1968 rischia di morire a causa di una grave malattia cardiaca. Dopo una lunga convalescenza, nel 1970 viene collocato a riposo dal lavoro.

 

L’IMPEGNO POLITICO E CIVILE

Con l'amico Primo Levi, nel maggio del 1977

Una volta in pensione Rigoni Stern intensifica la sua attività letteraria, pubblica “Quota Albania” e con la moglie compie un viaggio sui luoghi della campagna di Russia, che racconterà in una serie di articoli e nel libro “Ritorno sul Don”.

Negli anni ’70 è in prima fila nell’opera di sensibilizzazione contro la cementificazione dell’Altopiano e partecipa alle iniziative del Gruppo Salvaguardia Sette Comuni che contrasta la miope gestione del fenomeno turistico in quegli anni. “Vediamo sorgere ad Asiago condomini di dieci appartamenti o anche più – scrive – villette da sette nani; e boschi lordati da frantumi di bottiglie e involti di plastica; alberi, fiori, funghi strappati”.

Si delinea con sempre maggior precisione nella sua figura pubblica, accanto a quello di custode della memoria, anche il suo profilo di testimone e difensore dell’ambiente montano, e di uno stile di vita sobrio ed autentico. In quegli anni sarà anche nuovamente consigliere al Comune di Asiago nelle liste di sinistra.

 

 

LA MATURITÀ E IL SUCCESSO

Nel 1977 comincia a collaborare con “La Stampa”, e nel 1978 pubblica “Storia di Tönle”, “il mio libro più riuscito”, che l’anno successivo vince i premi Bagutta e Campiello e lo proietta definitivamente nel novero dei maggiori scrittori italiani. La “Trilogia dell’Altopiano” sarà completata da “L’anno della vittoria”, nel 1985, e da “Le stagioni di Giacomo, nel 1996.

Negli anni ’80 e ’90 viaggia molto, sia per tornare sui luoghi della guerra e della prigionia (da dove realizzerà reportage giornalistici e televisivi), sia per partecipare agli incontri a cui viene invitato per parlare dei suoi libri e della sua vita e alle numerose premiazioni: nel 1998 gli viene conferita dall’Università di Padova la Laurea honoris causa in scienze forestali, l’anno dopo la sua video-intervista con Marco Paolini, per la regia di Carlo Mazzacurati, viene presentata alla Mostra del Cinema di Venezia, nel 2003 infine il Presidente Ciampi gli attribuisce l’onorificenza di Cavaliere Ufficiale di Gran Croce; si parla inoltre ripetutamente di lui come possibile senatore a vita, e viene anche candidato per il Premio Nobel.

Nel frattempo pubblica – nel 1998 – “Sentieri sotto la neve”, che definisce “un libro intriso di memoria, una raccolta di voci contro il silenzio della storia e dell’identità”, e nel 2002 “L’ultima partita a carte” (“una sintesi della mia vita militare e del percorso di maturazione che mi portarono al rifiuto del fascismo e delle guerre”).

 

GLI ULTIMI ANNI

Col tenente Nelson Cenci alla prima del "Sergente" di Marco Paolini a Zovencedo (Vi) e su La7, il 30 ottobre 2007.

Ormai ha superato gli 80 anni, ma racconta di sé “amo camminare per le mie montagne, sciare, coltivare l’orto; scrivo quando ho qualcosa da dire”.

Nei suoi ultimi anni anni pubblica altri libri di racconti, fra i quali nel 2004 “Aspettando l’alba e altri racconti”, riceve il Premio Chiara alla carriera, il Viareggio Repaci, il Masi (assieme ad Andrea Zanzotto), e ottiene inoltre la cittadinanza onoraria di Montebelluna e di Firenze.

È chiamato dalla Regione Veneto a partecipare con altri quattro saggi alla stesura dei principi fondamentali del futuro Piano territoriale regionale di coordinamento, che saranno raccolti organicamente nel 2004 in un documento denominato “Carta di Asiago”. “Sono sempre più convinto che queste nostre montagne – sostiene lo scrittore nel documento – alle spalle delle città industrializzate e per il traffico rese invivibili, saranno, con il mare, la salvezza al vivere quotidiano di chi vi è costretto per lavoro”.

Nel 2006 festeggia gli 85 anni invitando in un convegno ad Asiago tutti i suoi traduttori, quindi pubblica “Stagioni”, e ottiene un grosso successo personale partecipando alla trasmissione di Fabio Fazio “Che tempo che fa”.

L’anno successivo gli viene attribuita anche la laurea honoris causa dell’Università di Genova, vince il premio Recanati ed è nominato dal Ministero della cultura francese “Commendatore delle arti e delle lettere”. Il 30 ottobre è presente col tenente Nelson Cenci, alla Cava Arcari di Zovencedo (Vi) alla prima della trasposizione teatrale del Sergente nella neve di Marco Paolini, trasmessa in diretta da La7.

Nei mesi successivi si ammala, e muore nella sua casa il 16 giugno del 2008, in un giorno di primavera, come avrebbe voluto. Per sua espressa volontà la notizia viene divulgata solo il giorno successivo, a funerale avvenuto.

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